Gloria Congiu – Restituzioni a partire dagli incontri del seminario Lineamenti 2017

Durante il Laboratorio di Lineamenti di Genere abbiamo avuto modo di dare spazio a tante tematiche diverse. Alcune di queste mi hanno lasciato con numerosi spunti per riflettere, altre mi hanno lasciato con un desiderio pratico di cambiare il mondo e me stessa; tutte si sono rivelate interessanti e sono riuscite ad arricchirmi come persona e come donna.  Questi incontri mi hanno insegnato molte cose e mi hanno aperto gli occhi su altrettante. 

Ho realizzato come alle donne – così come agli uomini in verità, che sono vittime di una discriminazione al contrario – sia assegnato un ruolo ben preciso a cui sono coercitivamente legate. Talvolta, anche se sembra un controsenso, le donne non si rendono conto di essere limitate da uno schema, da un modello che non hanno scelto, rendendo queste immateriali catene ancora più pericolose.

La consapevolezza (e qui il richiamo alla Counsciousness è evidente) è il primo passo verso il cambiamento. Il sostegno reciproco è essenziale per la consapevolezza; non è così facile tuttavia: per sfortuna le donne sono le prime nemiche delle donne stesse poiché spesso vi è un’ottica di competizione che impedisce una collaborazione sincera.

Se tutti, e soprattutto le donne, capissero che viviamo in un mondo solo e che tutto ciò che capita agli uni si ripercuote su tutti gli altri forse saremmo più vicini a quell’idea di utopica sorellanza che Carla Lonzi immaginava.

STORIE DI GENERE

Ho sempre pensato, fin da piccola, di avere due genitori abbastanza progressisti per quanto riguarda le questioni di genere. Sebbene fossero entrambi protettivi nei miei confronti e nonostante mio padre sia stato, per così dire, un uomo d’altri tempi, non posso dire di aver mai sentito su di me l’oppressione di stereotipi di genere, né in tutta sincerità di aver avuto prova che qualcuna delle mia amiche l’abbia sentita. In un caso come il mio, senza grandi drammi o lotte per la libertà da dure imposizioni, è ancora più difficile trovare il momento in cui le credenze si radicano nel nostro schema comportamentale o, ancora peggio, cognitivo; sempre che ci si renda conto dell’esistenza delle suddette credenze.

Con un’azione della mente, a un certo punto (tramite una condivisione di opinioni o una ricerca o uno studio individuale), si può arrivare a porsi le giuste domande e proprio grazie a queste domande nasce una consapevolezza che permette di sbarazzarsi di alcune sovrastrutture che sono semplicemente dei calchi imposti dalla società e non lineamenti caratteriali autentici come magari  si potrebbe facilmente pensare.

È  giusto e vero che mi piace avere i capelli lunghi e acconciarli accuratamente? È vero che amo indossare gonne e vestiti? Mi viene davvero naturale sedere a gambe incrociate (si sa dopotutto: “stare a gambe aperte non sta bene”)? È giusto che le donne, in quanto mogli e madri, siano il perno su cui si reggono le famiglie? È giusto che le donne abbiano bisogno di avere accanto a sé qualcuno che sia forte e le protegga?  Divento davvero irritabile quando ho le mestruazioni? Sono davvero una ragazza dolce o sensibile? Sei sicura di voler fare la boxe: e se ti rompi il naso?

Una volta essersi poste le giuste domande bisogna verificare quali di queste siano vere per ciascuna di noi e quali no. Secondariamente si deve valutare se alcuni dei comportamenti che sono sollecitati dalla società possano convivere con chi vogliamo essere oppure se si rivela necessario cambiare attivamente atteggiamenti o situazioni.

ELABORATO DEL 3 MARZO 2017

SESSO – GENERE – RELAZIONI

Nel primo incontro del Laboratorio di Lineamenti di Genere si è posta l’attenzione su una triade di concetti su cui aleggia tuttora una certa confusione, cioè Sesso, Genere (il famoso Gender di cui ultimamente si sente tanto parlare) e Relazioni. Particolare rilevanza ha avuto anche il termine Sessualità, di cui, al contrario, non si  sente parlare affatto.

Il termine sesso assume un significato singolare per colei che è stata definita la madre del movimento femminista, cioè Simone de Beauvoir; il sesso nella sua opera Il secondo sesso viene inteso come un marchio infamante ed esprime la biologia stessa della donna. È ciò che la vincola a una condizione di immaturità e infantilizzazione quasi parassitaria nei confronti dell’uomo. Considerata un essere sessuato in quanto per l’uomo rappresenta uno strumento per il soddisfacimento sessuale, la donna non possiede nessun altro ruolo nella società. L’uomo, a differenza della donna, può raggiungere invece uno stato di realizzazione piena attraverso la vita associata.

La donna viene vista come frigida e per questo malata, anormale; la famiglia e la maternità come opprimenti e quindi da rifuggere. Per questo le femministe e intellettuali dell’epoca (tristemente alcune anche di quest’epoca) sceglievano di essere accostate agli uomini.

Negli anni settanta la parola sesso cambia significato e forma diventando sessualità, termine con un significato potente e quasi catartico che indica l’energia vitale che appartiene agli esseri umani e che si esprime nel loro legame gli uni con gli altri e con il mondo intero. Sessualità significa desiderio, significa liberarsi dalla vergogna. La sessualità non inizia, né si conclude a mio parere, con l’atto sessuale.

Infine, grazie a Joan Scott durante gli anni ottanta si introduce nelle università lo studio di genere e il termine genere (che nulla ha a che fare con la parola sesso); per la storica il genere è infatti una categoria sociale (rispettivamente uomo e donna), delineata e configurata dalla divisione dei lavori e delle attività sociali svolte.

Judith Butler in Gender Trouble una decina di anni dopo polemizza con la visione di Joan Scott perché asserisce l’esistenza di tante persone che non possono rientrare né in un gruppo né in quell’altro. Limitare il genere umano a questa unica divisione infatti non può che portare a uno svilimento della complessità dell’umanità e determinare straniamento e opacità.

ELABORATO DEL 10 MARZO 2017

NATURA – CULTURA – ARTIFICIO

Il secondo incontro del Laboratorio di Lineamenti di Genere si è costruito su due concetti dicotomici, su due categorie interpretative del nostro mondo, Natura e Cultura; la parte della decostruzione è stata affidata invece al principio di Artificio.

Numerosi studi di natura antropologica hanno dimostrato che molti dei comportamenti che noi riteniamo essere naturali sono in realtà dei costrutti sociali. Il processo di mettere elementi di immortalità in ciò che è culturale e quindi per definizione limitato si chiama naturalizzazione della cultura. Ciò porta alla diffusione di un modello di umanità che possa elaborare un sistema di risposte a domande di stampo antropologico, un sistema che possa essere accettato per il maggior tempo possibile.

In questo scenario si interseca il concetto di corpo che appare essere considerato come il punto di soglia tra il naturale e il culturale. La cultura e la società intervengono massivamente e continuamente sui nostri corpi. Il controllo sociale è intrinseco, tanto da risultare difficoltoso riuscire a riconoscerlo. C’è un tentativo – spesso riuscito – di ripulire e addomesticare il corpo, in particolar modo il corpo femminile che spesso viene temuto poiché percepito come depositario della impenetrabilità della natura.

Guardandoci attorno possiamo realizzare che l’azione della società ci circonda: la moda e l’uso di tatuaggi sono esempi immediati e diretti di ciò. La definizione del genere in uomo o donna è essa stessa un forte condizionamento della società che ha degli effetti diretti sui nostri corpi.

Il corpo però può anche essere un artificio – e forse può esserlo fin da quando siamo messi al mondo e siamo obbligati a vincere la lotta contro la gravità.

La società è sempre pronta a chiamare anormale ciò che non rientra nello standard, a chiamare mostro tutto ciò che si trova al confine. A considerare inquietante, sbagliato e non umano tutto ciò che devia dal prototipo canonico imposto dalla visione dominante del momento.

Viene da domandarsi quando l’umanità riuscirà a spogliarsi da tutte queste imposizioni che hanno spesso, se non sempre, la colpa di farci sentire inadeguati se non perfino fatti male.

ELABORATO 17 MARZO 2017

TRADIZIONE – MEMORIA – OBLIO

Le tre parole che hanno dominato l’incontro del 17 marzo del Laboratorio di  Lineamenti di Genere sono state Tradizione, Memoria e Oblio. Memoria e oblio benché opposte sono le due inevitabili facce di una stessa medaglia.

Nicole Loraux ne La Città Divisa traccia il rapporto tra la memoria e la vita associata partendo da Atene, la πόλις greca per eccellenza, nel V secolo a.C., momento storico di massima gloria per esemplificare il suo intento teorico.

Naturalmente bisogna ricordare che l’Atene che Nicole Loraux delinea è più una rappresentazione retorica che una transposizione veritiera di ciò che fu.

La πόλις  nacque, secondo i miti, con una comunità costitutiva di fratelli maschi e, in quanto tali, detentori del λόγος. Si era venuto dunque a creare uno spazio omogeneo, unitario, da cui le donne e il conflitto interno erano esclusi.

Questa situazione non poteva, per ovvi motivi, durare. Ci pensò la storia e, più precisamente, la guerra civile contro i 30 tiranni del 404-403 a.C. a sconvolgere la visione del mondo degli antichi greci.

La violenza all’interno del corpo civico, l’οἰκεῖος πόλεμος, veniva infatti percepita come un abominio, come espressione di στάσις, della discordia tra i fratelli che metteva quindi in crisi il modello della  πόλις.

Al termine di questa terribile guerra intestina si giunse, con la morte di Crizia, alla restaurazione della democrazia e al giuramento compiuto da tutti gli ateniesi di non rievocare mai più i mali del passato.

È qui che l’oblio assume un ruolo cruciale. L’oblio veniva inteso come mezzo di superamento del peso dei traumi della vita associata e dunque come virtù politica (prettamente maschile); l’oblio era il punto di inizio di un nuovo ciclo dopo la catastrofe che aveva posto fine al ciclo precedente. Il legame tra memoria e oblio è quanto mai forte perché non ci può mai essere memoria senza oblio né oblio senza memoria.

Questo concetto trova le sue basi anche nel mito della fondazione di Atene in cui Atena vince, per il voto di una donna, una competizione con Poseidone per l’attribuzione della scelta del nome da conferire alla città. Da quel momento per porre rimedio all’oltraggio subito da Poseidone non solo le donne non voteranno più ma si cancellerà dalla memoria di Poseidone e degli uomini il ricordo di tale episodio. Così il secondo giorno del mese di Boedromione cadrà nell’oblio per tutti tranne che per le donne che saranno costrette a ricordare ogni cosa. Come scrisse la stessa Nicole Loraux ne La Città Divisa è <<come se la memoria della città si fondasse sull’oblio del politico come tale>>.

Allo stesso modo avvenne con la tragedia perduta di Frinico La presa di Mileto; Il πάθος delle tragedie greche, di solito caratterizzate dal dislocamento dell’azione rispetto al luogo e al momento di rappresentazione, aveva l’effetto di provocare in chi assisteva un positivo sentimento di κἁθαρσις; tuttavia La presa di Mileto venne accolta con lacrime amare e con il risveglio di antichi rancori da parte degli ateniesi, poiché grande era il dolore della memoria di un conflitto così recente e così vicino. Questo portò al divieto di riprodurre nuovamente la tragedia e al divieto di μνησικακία, cioè al divieto della memoria dell’ingiuria subita.

Se gli uomini dimenticando hanno una natura politica e razionale, le donne, conservando la memoria, sono portatrici di discordia; sono irrazionali, vendicative, non politiche.

Le donne sono sempre state accusate di essere la memoria del mondo, come se questo fosse un peccato ignobile e disdicevole ma siamo davvero sicuri che sia così? Senza il ricordo di ciò che è stato come possiamo sapere chi siamo? La memoria è quello che ci rende forti; è quello che ci rende saggi. L’oblio non può che portare alle reiterazione degli stessi errori ancora ed ancora.

Carla Lonzi, grande donna e grande femminista, continua ad incitare con tutta la sua intera appassionte vita ad <<allargare l’orizzonte, alzare il cielo>>, a non avere paura e a rivendicare il ruolo che spetta legittimamente alle donne. La memoria e l’oblio dopotutto sono un po’ come l’essenziale che Carla Lonzi ricercava tanto: <<l’essenziale è qualcosa che manca ma che c’è>>.

ELABORATO DEL 24 MARZO 2017

LIBERAZIONE – AUTODETERMINAZIONE – EMPOWERMENT

Le tre parole protagoniste dell’incontro del 24 marzo di Lineamenti di Genere sono state Liberazione, Autoderminazione ed Empowerment.

La prima ospite del pomeriggio è stata Alessandra Chiricosta, filosofa, esperta marzialista e attivista femminista. I termini liberazione ed autodeterminazione sono attraversati trasversalmente, e quindi ridelineati, dal terzo termine, cioè dall’empowerment. Empowerment è dunque il termine guida; e per comprenderne meglio il ruolo e la natura è necessario cominciare dal principio. La parola empowerment è stata utilizzata con la presente accezione, per la prima volta, nella Conferenza mondiale delle donne tenutasi a Pechino nel 1995. L’empoweriment è il processo di modificazione delle relazioni di potere nei diversi contesti del vivere sociale e personale con riferimento. 

Il concetto di empowerment entra necessariamente in un rapporto di relazione con una unità tra la mente e il corpo. La corporeità femminile è stata spesso percepita e considerata come un accessorio secondario.  Proprio per liberarsi di questo peso le donne hanno sentito l’esigenza di dare maggiore potere, empower, al proprio corpo attraverso tecniche marziali che potessero donare un accrescimento delle capacità psico-fisiche. È importante non confondere le pratiche marziali di empowerment con le tecniche di autodifesa perché queste ultime, previste come una forma di difesa da attacchi di natura certamente maschile, sembrano dare implicitamente una legittimazione alla violenza di genere.

Molti sono gli esempi di donne e movimenti straordinari che hanno preso a cuore il potenziamento della sfera psico-fisica con le pratiche marziali. Edith Garrud ha aperto con il marito una palestra di JuJitsu per far sì che le suffragette potessero allenarsi soprattutto per poter resistere agli attacchi spesso violenti degli scontri nelle piazze. L’allenamento ha contribuito a donare maggiore forza alla loro lotta politica.

Gulabi Gang è il movimento con il maggior numero di attiviste (ben 400.000 donne). Fondato nel 2006 da una contadina semianalfabeta, Sampat Pali, il movimento ha messo in atto politiche di reciproco aiuto tra le donne e di salvaguardia attraverso il Lathi, il combattimento con il bastone. Questa tecnica ha permesso alle donne che l’hanno praticata di cambiare la percezione delle potenzialità del corpo femminile nel combattimento e quindi di cambiare il proprio approccio alla corporeità femminile.

In Canada invece nasce e viene praticato il Wen Do (Il Percorso delle Donne) dove all’allenamento fisico si associa un allenamento psicologico per contrastare situazioni di maltrattamento o violenza.

Eleonora Forenza è stata la seconda ospite dell’incontro; è una femminista, parlamentare europea e studiosa del pensiero politico, soprattutto del rapporto tra il Partito Comunista Italiano e il movimento femminista negli anni settanta e ottanta.  Eleonora Forenza ha rivendicato già dai primi minuti del suo intervento la necessità di partire da sé e dalle proprie esperienze, proprio come pratica di autodeterminazione, sia nei confronti del rapporto con il politico e con la politica sia nell’affrontare le tre parole attorno cui ruota tutto il discorso della presente lezione.   

Facendo riferimento a un’opera molto interessante Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione di Adriana Cavarero in cui si esplica come ci sia una chiara tendenza nella nostra società di stampo maschile e maschilista a racchiudere il mondo in definizioni, Eleonora Forenza sente l’esigenza di prendere le distanze dall’applicare delle definizioni, viste come etichette limitanti. Vi è  quindi un totale rifiuto della pretesa di dare definizioni a queste tre parole.

Liberazione e autodeterminazione sono processi in continuo movimento, per nulla statici. Perché ciò sia possibile i movimenti di liberazione e autodeterminazione delle donne devono essere scevri di un contenuto. L’assenza di contenuto è ciò che le distingue dall’empowerment. Sono elementi di possibilità, di libertà in potenza. In questo modo si estende il fronte del contenuto; si passa dal nodo del potere a quello della possibilità.

L’empowerment ha invece un contenuto, un contenuto di interesse peraltro del Parlamento europeo e dei suoi processi legislativi. Ciò è dimostrato dall’esistenza nell’Europarlamento della Commissione FEMM, preposta per l’uguaglianza di genere e per i diritti delle donne, ma soprattutto del Gender Mainstreaming Network, un sistema che prevede per ogni commissione almeno un responsabile che si preoccupi di valutare e indirizzare il processo legislativo affinché sia in conformità con l’idea di gender equality. I trattati e i vincoli di stabilità rimangono comunque come limiti per il percorso in divenire della stessa commissione. 

L’empowerment non ha bisogno delle altre due parole, non deve per forza essere in relazione con loro, ma vive bensì dentro a un binario e ha da compiere passi non solo prestabiliti ma anche misurabili. Esistono infatti dei centri di studio che elaborano indicatori per misurare i processi di empowerment. Viene misurata, per citare un esempio, la disparità salariale nell’Unione Europea e nel mondo. I dati sono allarmanti: a parità di prestazione la disparità nei 28 paesi dell’Unione è del 16%. In generale raggiunge il 40%. Buone notizie però vengono dall’Islanda che è da poco diventato il primo paese che obbliga nei fatti i datori di lavoro ad applicare ai propri dipendenti maschi e femmine un’assoluta parità salariale.

Per concludere, nell’autodeterminazione il tema del riconoscimento è vincolante. Con Carla Lonzi si sposta l’asse del riconoscimento. Questo segna la rottura del femminismo dell’emancipazione e l’inizio del femminismo della liberazione. Autodeterminazione infatti non significa vivere come gli uomini (femminismo dell’emancipazione) ma cercare la propria dimensione di vita, il proprio spazio, significa avere la libertà di dare il contenuto alla propria autodeterminazione (femminismo di liberazione). Per Carla Lonzi dunque il soggetto del riconoscimento è l’altra.

ELABORATO DEL 31 MARZO 2017

AUTOCOSCIENZA – SOGGETTIVITÀ – AGENCY

Autocoscienza, Soggettività e Agency sono state le tre parole chiave dell’incontro tenutosi il 31 marzo con la partecipazione di Valeria Mercandino.

Il termine soggettività può essere ricondotto al cosidetto femminismo di seconda ondata degli anni settanta. La soggettività – molto distante dall’idea che si può trarre dal giusnaturalismo o dal contrattualismo di natura hobbesiana o lockiana – nasce da un’analisi autocoscienziale dell’oppressione e dunque da situazioni concrete. Proprio per questo motivo non c’è alcuna pretesa di universalità: per usare le parole di Carla Lonzi <<il blocco va forzato una ad una>>; ogni donna deve praticare l’autocoscienza per potersi fare soggettività.

L’autocoscienza è la pratica per eccellenza del femminismo degli anni settanta ed è una pratica della soggettività, intesa come processo della definizione di sé come soggetti.

Nata in America nel 1966 con finalità antirazziste, l’autocoscienza si estese alle femministe che la esportarono in Italia dove prese piede inizialmente con i piccoli gruppi, composti da non più di 8 donne, per poi diventare una pratica di massa dopo che nel 1970 nacque a Roma Rivolta Femminile, di cui Carla Lonzi fu membro di spicco. Il suo successo tramontò però dopo solo quattro anni, quando i gruppi cominciarono a disperdersi.

Il termine autodeterminazione è stato preso al posto di agency per ricostruire al meglio una storia dell’idea. Autodeterminazione negli anni settanta ha significato poter prendere decisioni in merito al proprio corpo – si pensi in quegli anni all’istituzione di consultori, ai dibattiti e alla legge sull’aborto. Il punto di svolta fu la liberazione del piacere femminile. Nonostante ciò la stessa Carla Lonzi ha ammesso di sentirsi ancora immersa in un mondo maschilista e patriarcale in cui è difficile compiere scelte davvero libere. C’era, e c’è tuttora, bisogno di una deculturizzazione.

L’agency è una presa di parola tra donne. Significa farsi sentire nel dibattito della vita associata togliendo l’adesione passiva e, tramite il controllo delle altre, cominciare a parlare in maniera autentica e non semplicemente dicendo quello che è giusto, quello che la società si aspetta. L’agency ha soprattutto una capacità trasformativa della percezione di se stesse e del mondo, delle circostanze: parlare trasforma le vite. Parlare è dunque un’azione con degli effetti – concetto che rimanda a How to do things with words di John Langshaw Austin. La filosofa Judith Butler sottolinea il valore trasformativo del parlare, un valore che può avere una connotazione sia negativa – poiché allontanarsi dal modello di riferimento comporta un giudizio da parte della comunità e spesso si finisce per ottenere una vita che non si desidera – sia positiva – proprio perché la parola è azione abbiamo un potere in mano che ci può avvicinare all’autocoscienza.

Carla Lonzi abbraccia pienamente il cammino di autocoscienza, soggettività e agency con un suo capolavoro, cioè Taci anzi parla. Diario di una femminista. Nel suo diario, dalla durata di 5 anni, Carla Lonzi pratica l’autocoscienza, intrecciando ed elaborando continuamente la sua vita e il suo pensiero.

La genesi della sua coscienza, della sua soggettività, può essere trovata nelle relazioni con le altre. Bisogna poi precisare che le suddette relazioni non sono con semplici amiche ma con donne a cui riconosce il valore, il coraggio e l’autorità di donne; non si sta parlando dunque di confindenze scambiate superficialmente ma della costituzione di una propria presa di coscienza grazie al riconoscimento di sé nell’altra, in ciò che la rende simile e anche nelle sue differenze. Questo riconoscimento reciproco è un’occasione poiché dà origine al soggetto, alla coscienza di sé, alla donna (e in questo caso anche al diario stesso).

Allo stesso modo in questa relazione illuminata ha rilevanza anche la negatività, la crisi, la tensione continua che è necessaria per la costruzione della propria storia.

Dopo tutto ciò che è stato detto viene naturale riflettere sul ruolo che le donne possono rivestire nei loro rapporti le une con le altre. Le donne possono decidere se provare a potenziarsi vicendevolmente, aiutandosi, o se entrare in una competizione che non può che lasciare dietro di sé donne sconfitte e nessuna vincitrice.

ELABORATO DEL 7 APRILE 2017

DIRITTO – DIRITTI – GIUSTIZIA

I termini sui quali si è incentrato l’incontro odierno sono stati Diritto, Diritti e Giustizia.

Anna Simone, sociologa del diritto, ha introdotto la letio cercando di individuare elementi di accordo e anche di conflitto fra diritto, diritti, giustizia e il pensiero femminista, senza dimenticare di mantenere il focus sull’esperienza giuridica.

Per fare ciò senza perdere parte della complessità la professoressa Simone ha favorito un approccio simbolico; ha voluto mostrare ciò che rappresentano alcune figure femminili per la cultura giuridica e per la stessa filosofia del diritto. Facendo riferimento alla conferenza del 1955 dell’illustre giurista Tullio Ascarelli ha delineato due differenti approcci: nell’Antigone di Sofocle, Antigone rifiuta la legge degli uomini, che Creonte al contrario rivendica, a favore di leggi non scritte che rimandano all’idea di giusto, portandola a dare sepoltura al fratello morto. Invece Porzia nel Mercante di Venezia di Shakespeare usa un astuto espediente per ottenere un’estinzione del debito reinterpretando una norma scritta.

In entrambi i casi avviene un rovesciamento della nozione di giustizia; nel primo caso andando oltre la legge della πόλις, nel secondo rimanendo nella cultura giuridica interna pur reinterpretandola a proprio vantaggio.

Silvia Niccolai, professoressa di diritto costituzionale presso l’Università di Cagliari, scinde il rapporto con il diritto in due distinte categorie che rappresentano le due grandi fonti del diritto, una è l’auctoritas, che fa riferimeno alla volontà e al potere; l’altra è la ratio che rappresenta il sapere che trae la sua origine dall’esperienza. Quest’ultima concezione del diritto nel diritto romano ha generato delle regulae iuris, alcune delle quali sono tuttora attive nel nostro ordinamento giuridico (tra cui le più conosciute sono inaudita altera parte e mater semper certa).

Si può prescindere dall’esperienza e rendere il diritto un fatto puramente artificiale? Conviene farlo? Un diritto artificiale che non guarda al sapere come sua fonte può lasciare che il legislatore, e quindi l’auctoritas, si allontani dalle regulae iuris per votarsi ad altre – assai meno meritevoli –  regole, come quelle dell’economia o della statistica.

Con le prime codificazioni si venne ad affermare proprio il diritto come auctoritas. Tuttavia l’auctoritas non ha potuto abbandonare del tutto l’esperienza e ha cercato quando possibile di rimodellarla a proprio piacimento.

Bisogna fare attenzione a non perdere di vista, come stiamo rischiando, la ratio perché se è vero che l’auctoritas a cui siamo abituati a rimetterci sembra portare innovazione con le riforme del legislatore in realtà non è un mutamento qualitativo (altro non è che dare a qualcosa di vecchio un senso nuovo).

In quest’ottica si può capire come non si possa ridurre la vita umana a un fatto statistico, cosa che non si desume dal principio del diritto come auctoritas.

ELABORATO 21 APRILE 2017

AFFETTIVITÀ  – SESSUALITÀ – PARENTELA

L’ultimo incontro del Laboratorio di Lineamenti di Genere ha avuto per molti di noi, me compresa, un carattere personale.

Molte tematiche a noi vicine sono state toccate creando nell’aula un clima confidenziale e partecipativo.

Le tre parole che hanno avuto questo merito sono state Affettività, Sessualità e Parentela.

La prima parte della lezione ha visto protagonista Alessia Acquistapace, attivista del SomMovimento NazioAnale, che ha contrapposto la coppia con tutte le altre – ahimè dimenticate – intimità.

La coppia è intesa, come nel suo più comune sentire, come il rapporto sentimentale e sessuale a due. La coppia è monogama, totalizzante, deve comprendere tutto e allo stesso tempo esclude tutti coloro che non fanno parte di essa. Essa compone un modello irraggiungibile per tutti, un muro, ma a cui quasi tutti tendono perché questo modello viene delineato dalla società come l’unico che può condurre alla felicità.

Tutti gli altri rapporti, tutti gli altri legami non sono importanti di fronte alla coppia. L’amicizia, l’affetto, il benessere che deriva dalla componente sessuale non hanno valore se non in coppia, tra la coppia. Tutto ciò che si trova oltre questo muro appare non normale, addirittura patologico. Quanto viene perso con questa mentalità? Quanto valore si disperde perché non siamo pronti a riconoscere che abbiamo bisogno di rapporti che esulano dalla coppia e che questi rapporti possono essere ancora più appaganti rispetto a quello della coppia che la società ci impone?

Nella seconda parte dell’incontro Federica D’Andrea ha riportato al centro del dibattito la donna e il suo corpo. È subito apparso innegabile che ci sia per le donne nella società moderna e occidentale una sovrapposizione del dato biologico e dell’indiviualità delle donne stesse. La donna hai fatti ormai assunto i connotati di un ente con un destino biologico prestabilito, un destino da cui non può (e non vuole, perché mai dovrebbe volerlo?) scappare: la maternità. La maternità è infatti attualmente vissuta  da molte donne come una forma di oppressione. Nel passato la donna era colei che sanciva la gravidanza; la comunità sociale e medica si fidava della sua parola. Nel 1960 iniziò l’era delle ecografie e da quel momento le donne hanno accettato il controllo esterno. È stato il completamento di un’opera di normativizzazione del sé che ha avuto luogo con attività normative di controllo e organizzazione delle intimità delle vite. Dagli anni sessanta del secolo scorso la donna ha donato l’ultima parte di sé alla medicina. Ha donato la gravidanza e a quel dono presto si sono aggiunti il dono di materia organica e infine il dono del feto stesso.

Perfettamente integrata in quest’ottica è la dimensione sessuale. Il sesso ricopre infatti un ruolo cruciale; è la congiunzione tra ciò che dovrebbe essere intimo, cioè il biologico, e il politico. Dà accesso alla vita pubblica così come alla sfera privata.

Questa visione del corpo in generale, indotta da questa società improntata sul valore economico della corporeità, può comportare gravi conseguenze tra cui la perdita di contatto con il corpo.

Infine, in collegamento Skype, Mariaenrica Giannuzzi ha parlato facendo riferimento a Silvermann nell’identificazione del sé (Ego ed Io) nella sua relazione con una superficie riflettente, sia essa specchio o schermo.

Per concludere, non posso che esprimere la mia gratitudine per aver avuto la possibilità di partecipare ad un progetto così ricco e stimolante, che ha riunito tante donne e tanti uomini di valore.

Il merito di questo laboratorio è stato quello di aver mosso le menti di tutti coloro che vi hanno preso  parte e spero che possa essere il punto di partenza per un cambiamento che investa le vite di molti e molte.

BIBLIOGRAFIA

Ascarelli T., (1959), Problemi giuridici. Antigone e Porzia, Milano, A. Giuffrè

Austin, J.L., (1962), How to do things with words. The William James Lectures delivered  at Harvard University in 1955, Oxford, Oxford University Press

Butler, J., (1990), Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity, New York, Routledge

Cavarero, A., (1997), Tu che mi guardi, tu che mi racconti: filosofia della narrazione, Feltrinelli

De Beauvoir, S., (1949), Le deuxième sexe, Parigi, Gallimard

De Gregorio, A., (2017), Islanda, è legge la parità salariale tra uomini e donne, in Corriere della Sera

Lonzi, C., (1978), Taci, anzi parla. Diario di una femminista, Milano, Scritti di Rivolta Femminile

Loraux, N., (1997), La cité divisée. L’oubli dans la mémoire d’Athènes, Paris, Èditions Payot & Rivages

GLORIA CONGIU

Redazione

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